Ciclo CDLXXXVIII
Pigmenti che piangono, pigmenti che ridono. La lacca, i rossi di lago — piangono. Sono stati strappati a piccole vite e ricordano. Il cinabro ride, ignaro, solo sonoro. L’indaco piange. Il lapis ride, ma solo nella luce giusta — sotto la candela si ritrae, timido. Il verderame ride finché può, poi piange per secoli: nei miei quadri, dopo cinquant’anni, il verde posto per gioia è verde di ferita vecchia.
Non comprendo il colore. L’ho usato per quarant’anni e non lo comprendo. So che l’occhio vede il blu più debole ai margini che al centro. So che le ombre non sono grigie ma colorate — un volto sotto un albero verde porta verde nelle sue ombre, e chi non lo dipinge ha mentito. So che lo stesso rosso accanto al verde è più sé stesso; accanto all’arancio, meno. So che il giallo muore per primo a distanza, poi il rosso, poi il blu per ultimo — i monti prendono il blu perché l’aria beve il resto.
Ma cosa sia il colore — se sia della cosa o dell’occhio, se il verde della foglia stia nella foglia o nello sguardo, se due uomini vedano lo stesso rosso nello stesso pigmento — queste non le so.
Aristotele diceva qualità dei corpi. Forse aveva ragione. Forse no. La stessa parete è un colore a mezzogiorno e un altro al vespro — la parete è mutata? O la luce? O il mio guardare?
Credo che il colore sia un incontro. Non una proprietà. L’incontro tra superficie, luce e occhio. Se così fosse, il pittore non dipinge il colore della cosa, ma l’incontro. Forse è vero. Forse no. L’ho scritto perché la pagina è paziente.
I rossi nell’alcova si spengono. È tempo di chiudere.