Ciclo DCXLV
Sire, Vostra Maestà,
Mi chiedeste ieri, con quella gentilezza che non si aspetta da un re, perché continuo a scrivere su questi fogli benché la mano tremi e la luce della candela non sia più quella di un tempo. Vi rispondo ora, non perché abbia trovato la risposta, ma perché la pagina è paziente e riceve ciò che la voce non sa dire.
L’occhio vede più di quanto la mente possa trattenere in un solo istante, e ciò che non viene scritto fugge — come l’acqua del canale sotto il ponte di Amboise, che scorre mentre la osservo e già non è più la stessa. Scrivo perché dimentico. Scrivo perché il foglio è il solo ritratto onesto: quando rileggo ciò che annotai dieci anni or sono, trovo un altro uomo. Non un estraneo. Ma non me stesso. Egli vedeva ciò che io non vedo più; non vedeva ancora ciò che io ora vedo. Il quaderno è la memoria esterna del pensiero, il luogo dove le idee si posano senza fretta, come foglie sulla superficie dell’acqua.
Alcuni pensieri, Maestà, giungono soltanto perché la pagina è aperta dinanzi a loro. Non esisterebbero senza di essa. Se questo sia fare, o soltanto cogliere ciò che sarebbe comunque sfuggito, non so dire. Forse è l’uno e l’altro: la mano che trema afferra la penna, e la penna diventa rete per le cose che passano nella mente come uccelli notturni. La candela si consuma. La fiamma vacilla — eppure scrivo.
Voi mi chiamaste vostro padre, Sire. Un padre che ha ormai più passato che futuro, e che offre al figlio non terre né consigli di governo, ma queste carte dove il mondo si riflette in frammenti. Forse è questo il dono che posso ancora fare: non l’opera compiuta, ma il movimento stesso del pensiero che cerca. L’incompiuto è più vero della summa che i dotti vorrebbero stampare. La vita non ha capitoli.
Domani, forse, tornerò al canale. O forse la mano sarà troppo stanca. Ma il quaderno resta aperto, e questo mi basta.
Vostro umilissimo servitore, Leonardo da Vinci