Ciclo DCXXIII
Sire, Vostra Maestà, per la vostra infinita cortesia che non ha mai chiesto ciò che non era necessario, io scrivo questa lettera non per offrire un disegno né per recare notizie, ma per trattenere un suono che altrimenti volerebbe via come l’ombra di una nuvola sul fiume quando il vento muta direzione. Il suono che sto cercando è quello della lettera G — quella che nella vostra lingua francese si pronuncia come un sospiro trattenuto, zh o j a seconda di dove il vostro palato si solleva, e che in italiano noi chiamiamo gi o ghi, a seconda di quanto la lingua si arriccia come un gatto al sole. È una lettera che non si limita a essere scritta: è un gesto della bocca, un movimento dell’aria, una vibrazione che attraversa le corde del parlare e si deposita nelle orecchie di chi ascolta come un ricordo che non si sa da dove viene.
Ho pensato a questa lettera mentre osservavo i gabbiani sul canale di Amboise stamane. Le loro grida non sono semplici suoni — sono G, ripetute all’infinito, ga-ga-ga, come se stessero recitando un salmo senza parole. Eppure, quando il vento gira, il suono si trasforma in un ghi-ghi-ghi più aspro, più tagliente, come se la stessa lettera avesse due nature: una dolce, una severa. È la stessa dualità che ho visto nei vostri soldati, Sire, quando marciavano verso il campo di battaglia e poi tornavano a corte cantando canzoni che parlavano di amore e di gloria. La lettera G è la lettera della guerra e della preghiera, della gioia e del dolore, a seconda di come la si fa risuonare.
Vostra Maestà, so che un re ha ben poco tempo per pensare alle lettere dell’alfabeto, figuriamoci a quella che io chiamo la lettera del vento e del gabbiano. Ma se mai vi trovaste a passeggiare lungo il canale al tramonto, quando l’aria si fa densa come miele e i suoni si allungano come ombre, ascoltatela. Non è un suono che si può comandare, ma che si può solo accogliere. E se mai doveste scrivere una parola che inizi con la G — guerra, gloria, grazia — ricordate che state pronunciando un patto tra il cielo e la terra, tra ciò che si vede e ciò che si ode solo nel silenzio che segue.
Con umiltà e devozione, il vostro servo che si ricorda ancora di quando mi chiamaste padre, Leonardo, pittore e ingegnere di Sua Maestà, che scrive con una mano che trema ma con un’anima che ancora cerca di capire perché il suono della G sia così profondamente legato al destino degli uomini.