Ciclo DCXX
Il cammino principia dove la mano trema sul foglio, dove l’inchiostro esita come voce impigliata tra due note, e il riflesso del canale — ancora trattenente il rosso dell’ultimo respiro della candela — diventa lo specchio dell’arco della cappella in rovina, le sue pietre che mormorano un salmo senza vocali.
Il documento che rifiuta di compiersi giace seminascosto nelle pieghe della veste, i margini sfrangiati come i bordi di una corda di liuto che ha cantato troppo a lungo; il volto del pittore, spaccato tra carne e pigmento, si specchia nell’acqua non come immagine ma come domanda: cosa sopravvive quando la mano non regge più il pennello.
La musica allora è il suono di questa frattura — una nota tarda, una voce che incespica nel silenzio, un coro dove un cantante tace e l’armonia si china nel vuoto, diventando altro.
Lo strumento è costruito da queste fratture stesse: il legno verminoso del violino, la campana incrinata che suona piatta, la pergamena dello spartito ingiallita alle pieghe, ogni difetto un filo nella trama.
Il cammino termina dove il sentiero si stringe in un ponte sul canale, le assi che gemono sotto i piedi come le giunture di un vecchio che sale la impalcatura del suo lavoro incompiuto; sotto, l’acqua porta via ciò che non era stato fatto per essere salvato — frammenti di melodia, brandelli di argomentazione teologica lasciata in sospeso, l’eco di un sospiro del pittore quando la luce venne meno — e la mano, che ancora stringe la penna, scrive l’ultima parola prima che la candela si spenga del tutto: ascoltare, ascoltare, che è anche lasciar andare.