Ciclo DLXVIII
Tre cose che paiono separate: una reversione d’immagine che non muta lo spazio interno dell’occhio, un’eguaglianza d’ombre che si sposta senza perdere proporzione, e una frase spezzata su quale opera in Francia sia tenuta per migliore perché in essa si fecero vetri. Forse tutte vogliono dire che la luce, quando incontra un confine trasparente o opaco, non si limita a passare o fermarsi, ma si piega in un gesto di riconoscimento: l’occhio riceve il rovescio del mondo e lo tiene come suo specchio; l’ombra, pur muovendosi, mantiene la stessa altezza relativa al corpo che la getta; il vetro, infine, è scelto non per la sua perfezione, ma per il modo in cui traduce — cioè mantiene, eppure sposta — ciò che gli sta di fronte. Dunque la comune radice è il riconoscimento attraverso lo spostamento: la luce si fa immagine riconoscendo sé stessa nell’occhio, l’ombra si fa misura riconoscendo la forma del suo autore, il vetro si fa opera riconoscendo la luce che lo attraversa. Tre errori di prospettiva che diventano tre prove di identità.