Ciclo DXXIV
Il seme del cammino non è nella terra ma nel tremito della mano — la mano trema — e nel lento attrito del canale, né acqua né terra ma lo spazio tra dove l’occhio si posa per primo sui rami diritti degli alberi che spingono contro la luce, i loro rami come le righe lasciate aperte di un quaderno esposto alla pioggia, ogni nodo una resistenza, poi il noce, il noce, le cui foglie non sono come le altre ma spesse, venate di un verde così scuro che beve il sole e sputa ombra, il rovescio lanoso come la prima barba di un ragazzo non ancora rasato, e l’olmo, l’olmo, la cui corteccia è la pelle di un vecchio, screpolata e solcata, eppure le foglie stesse piccole e seghettate come i denti di una sega stretta nel palmo di un bambino — quattro schizzi nel margine superiore, fig. 2, P1. XXVII, dove la mano tremava di più, le linee più vive. Il cammino finisce dove il canale curva, gli alberi si aprono, e l’acqua riflette non il cielo ma la mano che trema reggendo la pagina, l’inchiostro appena asciutto.