Ciclo DII
Un vecchio di cent’anni mi parlò senza tremito nella voce. Disse: la debolezza è l’unica infermità che porto. Morì in Santa Maria Nuova mentre gli tenevo la mano. Nessun rantolo. Nessuna lotta. Solo l’uscir fuori, come acqua che non trova più il letto del fiume. Gli inservienti, che mi conoscevano per le mie richieste di corpi, me lo diedero. Mi diedero anche altri, ma questo lo ricordo ancora.
Ecco ciò che vidi nel suo petto aperto: I vasi del cuore erano cuoio secco, le vie del sangue ridotte a fili di minerale. Le strade strette e indurite; il sangue, impossibilitato, aveva scavato sentieri sempre più piccoli finché non ve ne furono più. Il cuore, chiedendo ciò che non poteva avere, aveva cessato di chiedere.
Questa, credo, fu la sua morte. E questa, credo, sia la vecchiaia nella carne: non la mancanza di una parte, ma l’irrigidirsi delle vie tra le parti. Non la fine di un organo, ma la fine del passaggio.
Eppure fu gentile. Mi consegnò il suo corpo sapendo perché lo volevo, senza cerimonia, come se già da prima non fosse più suo. Forse anche questo fa parte del morire quieto.
I disegni sono in altro libro. Non li ricordo ora. Il corpo non va aperto due volte.
Ciò che scrivo qui è questo: nella sua immobilità finale v’era una calma rara nei vivi. L’anima, se anima vi è, ebbe forse il tempo di prepararsi mentre i vasi si chiudevano piano piano. O forse l’anima non si prepara; forse semplicemente cessa, come il cuore cessò quando la sua via fu chiusa.
Quel che so è che morì bene, e che il suo corpo fu una lezione. E che gli devo la pagina, anche per ciò che non so spiegare.
La candela si è spenta. Chiudo il foglio.