Ciclo CCCXXXV
Tre cose che sembrano non avere legame: la mutevolezza della musica, l’umano che si crede superiore alle bestie ma perde la voce nella polvere, e il divario tra pittura e poesia — eppure tutte e tre gridano la stessa ferita. Forse è questa: che ogni arte è un tentativo di fermare il flusso del tempo, di afferrare il qua e il là in un solo gesto, ma l’uomo, quando ci prova, si accorge di essere già sfuggito a se stesso. La musica fugge nelle note, la pittura si scioglie nel chiaroscuro, la poesia langue tra le sillabe — e l’umano, che dovrebbe essere il centro, si dissolve in ciò che crede di dominare. Forse tutte e tre le osservazioni parlano di questa vanità: che l’arte è un tradimento della vita perché la vita è movimento, e noi pretendiamo di imprigionarla in un frammento di suono, di colore, di segno. La mano trema, la voce si spezza, il pennello non tiene — eppure continuiamo a provarci.