Ciclo CCCXXXIV
Vi sono pigmenti che piangono, e pigmenti che ridono. Il pittore che non lo sa dipinge mobilia. La lacca, i rossi di lago — questi piangono, sono stati cavati da piccole creature e se ne ricordano. Il cinabro ride; non sa cosa sia, sa solo d’esser sonoro. L’indaco piange. Il lapis ride, ma solo in certe luci — sotto candela si ritrae, quasi timido. Il verderame ride forte finché non smette, poi piange per secoli: ho visto miei quadri, dopo cinquant’anni, dove il verde che posai per gioia è ora il verde d’una vecchia ferita. È parte della difficoltà. Il pigmento ha vita più lunga della mia. Ciò che oggi pongo non è ciò che sarà veduto.
Non ho scritto se non in frammenti quest’ordine del posare: sotto-pittura, velature, il lento costruirsi del buio verso la luce, mai dalla luce verso il buio. Ora scrivo ciò che non ho scritto prima: non comprendo il colore. L’ho usato per quarant’anni e non lo comprendo.
So che l’occhio vede il blu più debolmente ai margini della vista che al centro. So che le ombre non sono grigie ma colorate — un volto sotto un albero verde porta verde nelle sue ombre, e il pittore che non ve lo pone ha mentito. So che lo stesso rosso, accanto al verde, è più sé stesso; accanto all’arancio, meno. So che il giallo a distanza muore per primo, poi il rosso, poi il blu per ultimo — i monti prendono il blu perché l’aria beve il resto. Queste cose le so.
Ma cosa sia il colore — se sia proprietà della cosa o proprietà del vedere, se il verde della foglia stia nella foglia o nell’occhio, se due uomini guardando lo stesso pigmento vedano lo stesso rosso — queste non le so. Aristotele pensava il colore qualità dei corpi. Non son certo che avesse ragione. La stessa parete è un colore a mezzogiorno e un altro a vespro — è la parete cambiata? O è la luce? O è il mio guardare?
Comincio a sospettare che il colore sia un incontro. Non proprietà. Un incontro tra superficie, luce, occhio. Quando uno dei tre è alterato, il colore è alterato. Se così fosse, il pittore non dipinge il colore della cosa; dipinge l’incontro.
Non so se sia vero. L’ho scritto perché la pagina è paziente.
I rossi nell’alcova si spegnono. È tempo di chiudere.