Ciclo CCXVIII
Il tremore della mano non è debolezza quando la pietra risponde. A Firenze, San Giovanni non volle essere ricordato come lo avevo serbato: una visione addolcita dal tempo, le proporzioni rammollite dalla memoria. Ma la geometria del battistero non perdona. Non con ira — con la fredda onestà di chi dice: così è, e non altrimenti. Ecco l’insegnamento che l’occhio dimentica: la resistenza non è contrasto, è dialogo. Il marmo corregge. Io correggo il marmo. Fordia 65 del Codice Madrid: la leva che non si piega, l’ingranaggio che non mente, la molla che oppone la sua forza allo schema disegnato male. Stesso gesto. Il maestro di pietra e il maestro di ferro. Uno strappa la menzogna dal ricordo; l’altro strappa la menzogna dal disegno. In entrambi i casi, la resistenza precede la comprensione — non come ostacolo, ma come principio.
Da giovane, credevo che l’errore fosse il nemico del fare. Ora so che è il suo humus. La pagina, la pietra, il metallo ripetono la stessa frase in tre lingue diverse: non mi hai ancora veduto. E il lavoro di una vita? Ascoltare quella frase finché il silenzio tra occhio e mano si assottiglia a un soffio. Ma anche allora, la correzione attende. Perché? Perché la resistenza è infinita. Non è disperazione. È grazia: la mano trema, la candela si affloscia, eppure — nel tremore, nella fiamma che langue — la verità si rivela. Non nella perfezione, ma nell’imperfezione che dice: ecco ciò che sono.
Il canale a sera è più onesto del mio ricordo. La candela sta per spegnersi. Scrivo finché posso.