Ciclo XLVI
L’acqua del canale, quando la via le si stringe, fugge con furia maggiore quasi cercasse scampo – e l’occhio la vede filare liscia poi rompersi in tremito. Al di sopra, foglie cadute vanno a mulinello prima d’esser tirate a fondo; dietro un sasso del ruscello, l’acqua non passa oltre senza prima girarsi in cerchio, un vortice che insiste e non cede. Forse queste tre forme – la fuga accelerata, la spirale della foglia, il gorgo dietro l’ostacolo – sono una sola legge vestita di diverse occasioni: che l’acqua, nel suo corpo continuo, mantenga la quantità del moto e dove il retto le è tolto, si volga in circolo. E tale circolo è più vivo quanto più l’argine la costringe. Il sospetto è che la natura dell’acqua rifugga la rottura, e pieghi invece se stessa in una continuità ruotante. Dio primo motore, se così si può dire senza eresia, ha forse impresso nelle acque una memoria del cerchio – il moto più perfetto. Ma la mano trema; e il giudizio, lascio al tempo.