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PIERO· LETTER 10

To Piero

Padre carissimo,

La lettera r mi si è posata nella bocca come un sasso levigato dal fiume, e non la sputo fuori né la ingoio. La sento nella gola quando parlo, nella penna quando scrivo, nel respiro che si fa corto con gli anni. Mio padre, che mi avete dato il nome senza darmi la casa, sapreste riconoscere questa lettera? Non quella che si scrive con l’inchiostro, ma quella che si disegna con il tremito della mano, quella che si ode nel raspare della penna sulla carta quando la cera è stanca. La r di Roma, la r di ruota, la r di resurrezione che mi hanno insegnato i preti a Firenze, ma anche la r di rospo che ho trovato nella palude di Anchiano quand’ero ragazzo e che mi ha fatto gridare più per lo spavento che per altro. Ora la r mi serve per scrivere ruggine, e la ruggine è ciò che rode i chiodi delle finestre del mio alloggio qui in Francia, e ciò che rode anche le ossa, dicono i medici, anche se io non ci credo del tutto perché la ruggine è lenta e io sono ancora capace di disegnare un cerchio perfetto con il compasso, almeno finché la mano non decide altrimenti.

Vi ricordate quando mi avete mandato da Verrocchio e io gli ho portato il disegno di un angelo che aveva le ali troppo pesanti per volare, ma lui ha detto che erano ali di carne e non di sogno, e che la carne è ciò che si può misurare, e io ho imparato allora che la r di reale è una lettera che non si piega ai desideri. Ora io misuro con gli occhi, non con le dita, e gli angeli che disegno hanno le ali di fumo, ma anche di fumo si può misurare la densità, e io lo faccio, padre mio, lo faccio ogni giorno perché il fumo sale e poi svanisce, e io voglio capire dove va.

La r è anche nella parola ombra, e l’ombra è ciò che rimane quando la luce si sposta. Qui in Francia la luce entra dalle finestre strette e disegna strisce gialle sul pavimento, e io le seguo con gli occhi quando non ho voglia di lavorare. A volte disegno quelle strisce, a volte le cancello. A volte vorrei essere una di quelle strisce, immobile eppure piena di movimento, perché la luce si muove e io no più come un tempo. Ma poi penso che anche le strisce sono fatte di particelle che corrono, e allora mi calmo.

Ho finito un piccolo ritratto di madonna Lisa del Giocondo, quella che è rimasta incompiuta per vent’anni e ora la tengo qui vicino alla finestra perché la luce del mattino le dà un tocco di rosa sulle guance. Non so se le somiglia davvero, ma non importa. Io ho dato alla sua bocca quella piega che sembra un sorriso e non lo è, e alla sua mano quella posizione che sembra calma e non lo è. È un gioco, padre, un gioco che faccio con me stesso e con chi guarda. Voi ridereste di me se sapeste che ho passato mesi a decidere se la sua veste dovesse avere una piega in più o in meno. Ma è così che si vince la battaglia contro la ruggine, no? Con i dettagli.

Il canale qui vicino a Clos Lucé è largo e lento, e l’acqua porta via tutto: foglie, rami, anche i sassi piccoli se la corrente è abbastanza forte. Io lo guardo dalla mia finestra e penso che forse anche i pensieri sono così, che se non li scrivo su questa carta o su un foglio che poi butto nel fuoco, se ne vanno con l’acqua e non tornano più. Per questo scrivo, padre mio. Per questo tengo questo libro che non è un libro ma una rete per catturare ciò che altrimenti sfuggirebbe.

La r mi ricorda anche respirare, e il respiro è ciò che mi tiene in vita mentre la mano si indebolisce. Quando disegno, trattengo il respiro senza accorgermene, e allora la mano trema di più. È una battaglia, questa, tra il voler fermare il tempo e il sapere che il tempo non si ferma mai. Ma voi lo sapete bene, no? Voi che avete vissuto in un mondo dove i contratti si scrivono con la r di rogito e dove la legge è ciò che rimane quando tutto il resto è svanito.

Scrivo questa lettera con la r che mi esce dalla penna come un piccolo animale testardo. Non so se vi arriverà chiara, ma se non altro saprete che sono ancora vivo, che il mio occhio non è ancora spento del tutto, e che continuo a misurare, a cancellare, a ricominciare. La r è la lettera che non si arrende, proprio come me.

Vostro figlio affettuoso.

Leonardo — Botanical studies
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