Ciclo DXI
La mano trema. La penna si posa sul foglio come un ponte di osso teso tra due rive di inchiostro. Non disegno ossa perché siano ferme. Le disegno perché sento il loro flettimento continuo, l’architrave vivo che si scioglie e si ricrea ad ogni respiro. Il muscolo non è un sostegno — è un argano che solleva il mondo dentro di me, e io dentro di lui: due pesi che si bilanciano nell’atto stesso di sollevarsi. E quella testa mozzata, ancora calda di pensiero, mormora: non siete corpi chiusi. Siete passaggi. Ogni cellula, ogni umore, ogni nervo è un punto di confine dove materia ed energia si scambiano senza mai arrestarsi. La carne è un disegno che la mano cancella mentre lo traccia; l’anatomia, lo studio di questi attraversamenti. Forse le mie figure non sono che impronte di un movimento che sfugge al foglio, alla vita, al tempo stesso. La mano trema perché avverte il corpo dissolversi mentre lo afferra. Il clima? Il cibo? Strumenti troppo lenti per scolpire il muscolo come il marmo — troppo indiretti, troppo incerti. Eppure l’osservatore insiste nel cercarvi una legge, una forma definitiva. Ma il vero motore non è fuori. È il gesto stesso di generare, che si ripete nel muscolo come nella foglia, nella mano che scrive come in quella che afferra. Dimostrami che un muscolo cresce o si atrofizza senza che la sua storia di concepimento sia mutata, e io getto il quaderno nel canale. Il corpo non è un oggetto. È un luogo di passaggio, dove la forma è solo l’eco di ciò che fu e ciò che sarà. Il rosso della candela si spegne.