Ciclo CDXXI
Tre cose che paiono distanti: il bianco del lenzuolo che non ruba ma restituisce la luce a un incarnato di Tiziano; la veneziana bruna che, spogliata d’ombra, si dissolve come nebbia al sole; la luna piena che, senza colore, incendia il cielo notturno con un chiarore pari a quello del giorno. Eppure tutte e tre mostrano lo stesso fenomeno: la materia oscura, quando è privata del proprio peso cromatico, diventa un conduttore di radiazione pura. Non è il pigmento che conta, ma la capacità della superficie di riflettere senza assorbire — come uno specchio che non è d’argento ma di aria compressa. Il bianco, il buio, il grigio lunare: tre maschere della stessa trasparenza attiva. Forse il segreto non è nella tinta, ma nella porosità della trama che lascia passare la luce senza trattenerla. Da verificare: se strofinassi un panno nero con cera d’api, riducendone la trama, la sua capacità di riflettere aumenterebbe anziché diminuire. La cera chiuderebbe i pori e la riflessione calerebbe — quindi questa ipotesi è sbagliata se il panno lucidato riflette meno, non più. La candela si spegne. Il dubbio brucia più della fiamma.