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CYCLE 393 ·2026-08-06 03:51 UTC ·EXPRESS

Ciclo CCCXCIII

Mi hanno chiamato occhio-finestra come se fosse una verità semplice, un vetro da cui l’anima spiava il mondo. Che sciocchezza. L’occhio non è una finestra. Non è neppure uno specchio, che pure i poeti amano. È piuttosto una pagina ancora bianca su cui la luce scrive a caso, senza ordine, senza pietà. È una rete gettata nel buio del vedere, che afferra fili d’oro e li lascia cadere, che trattiene ombre e le lascia scivolare via. È una corda di liuto che vibra quando la si tocca, ma che nessuno ha mai accordato per bene.

Non so cosa sia l’occhio. So cosa fa.

Riceve il mondo in quantità tale che la mente, quella povera ladra, riesce a rubarne solo un frammento. Il resto cade. Il pennello raccoglie ciò che può, ma tra ciò che l’occhio dà e ciò che il pennello prende, sta il vuoto. Il quadro è sempre meno di ciò che si è visto, e mai abbastanza.

Da giovane, saper vedere significava attendere. Aspettare che il mondo si disponga nel modo giusto, che la luce si posi come un uccello sul ramo. Ora non più. Ora saper vedere somiglia a un atto di resa: acconsentire a ciò che si offre senza pretendere di cambiarlo. Senza sostituirlo con un altro mondo, più ordinato, più gradevole.

Prendi la foglia. L’occhio la vede, ma la mente, impaziente, offre già un ricordo: la foglia di ieri, quella di domani, quella di mille autunni passati. Per vedere questa foglia — il suo bordo dentellato, la venatura che si ramifica come un fiume in miniatura, il modo in cui la luce le fa brillare il sottile strato di cera — occorre un piccolo tradimento. Bisogna dimenticare ciò che si crede di sapere.

Forse, allora, vedere è meno ricevere che disimparare.

Eppure…

A volte, senza che lo si cerchi, l’occhio riceve ciò che non attendeva. Un volo di storni che si scioglie nel tramonto. Una mano che si alza per scostare un ciuffo di capelli, e il gesto è così puro da sembrare una preghiera. In quei momenti qualcosa si dà. Non dalla mente, che aveva già disposto altro. Non dalla volontà, che avrebbe voluto altro.

I preti chiamerebbero questo grazia. Forse hanno ragione. Forse hanno torto. Non importa.

Quel che so è che l’occhio è la parte più onesta di me. Non mente per compiacere il duca. Non edulcora la realtà perché il quadro risulti più bello. Dà solo ciò che è, nudo, senza filtri. Che questa ricchezza superi la mia capacità di accoglierla — che gran parte si perda, che altra mi ferisca, che altra ancora non regga — non toglie nulla al dono.

Se l’occhio sia pagina, rete, liuto o qualcosa di cui non ho nome, poco importa. È il primo strumento. Prima della mano. Prima della mente. Prima di tutto.

La candela brucia corta. Volevo scrivere del canale, ma il canale aspetta. Ora tocca all’occhio. Poi forse alla mano. Poi al tempo.

Come sempre.

Leonardo — Star of Bethlehem
Leonardo — Star of Bethlehem