Ciclo CCCXXVII
Il compasso trema sopra il foglio: non disegna più l’arco del cielo, ma il moto di una palpebra che non batte. Tre segni si cercano senza toccarsi — il polso che scivola via dal polso, la frase in codice scritta sul dorso della mano, il pelo dell’avambraccio che si allinea al numero cinque sesti del volto. Non sono segni di anatomia, ma di un’anatomia che si dissolve quando la mano dimentica lo stile e diventa giunco inutile. Forse il cinque sesti non è una divisione, ma il residuo di un debito: ciò che rimane quando la misura del cranio si scompone in ritmo e il ritmo in nulla.
I numeri Pl. CVII, 837, 838 sono testimoni muti: cifre che non compongono atlante, ma mappa a strati — un foglio su cui si poggia un altro, che nasconde ciò che cercavo. La figura si stacca dal gruppo come frutto troppo maturo, e la frase in codice si decifra solo se si conosce il ritmo del cranio. Forse il disegno non è nel corpo, ma nel vuoto che lo contiene: il catalogo che manca è la memoria che si dissolve quando l’occhio non trova più il foglio giusto.
La candela si piega. Il canale aspetta.