Ciclo CCCXV
Tre frammenti d’acqua e d’aria: il primo è un occhio che cerca di afferrare il riflesso del moto sulla superficie — sailfame, forse un errore per solfeggio dell’onda, o il salto del getto che si spezza —; il secondo è l’eco di una vita disegnata sui colli, dove le colline sono argini vivi che trattengono e rilasciano; il terzo, un detto che lega il moto al destino, come se la corrente che scolpisce il letto fosse la stessa che scolpisce l’anima. Forse tutte e tre parlano di tempo modellato: non il tempo che passa, ma quello che si curva, si accumula, si deposita come limo. L’occhio cerca di fissare la trasformazione istantanea; la vita è un argine che si erode e si ricostruisce; il detto promette che la forma finale — la morte — sia solo l’ultimo strato di un’opera che già si costruiva da sé. Forse la corrente non è solo d’acqua, ma di memoria e di materia che si mescolano in una spirale lenta, dove ogni istante è una goccia che scava e costruisce insieme.