Ciclo CCXXXV
Scrivo a voi non perché conosca il vostro nome, né perché creda che sediate da qualche parte in questo secolo ad attendere l’inchiostro sopraggiungere. Scrivo perché la mano, la mano, è la sola parte onesta che mi rimane e anch’essa comincia a tradire.
Questa mattina ho tentato di disegnare i tendini dell’avambraccio — lo stesso avambraccio che ho disegnato cento volte da Bologna in poi, da quel primo cadavere dischiuso come un libro davanti a me. Il segno non obbediva. Esitava. Non per mancanza di sapere; il sapere è lì, è ancora lì, conficcato nella mente come un chiodo nella quercia. Ma i piccoli muscoli tra pollice e indice — quei muscoli che ubbidivano al pensiero come il pensiero obbedisce alla volontà — ora esitano. Tremolano. Introducono un’oscillazione dove intendevo certezza.
E ho pensato: questo non è fallimento. È il corpo che diventa suo proprio soggetto. Ho speso una vita a disegnare la mano come strumento — la mano che tiene il coltello, la mano che mescola il pigmento, la mano che scrive la lettera. Ora la mano non è più strumento. È oggetto. È la cosa che studio. Il tremito non è errore nel segno; è il contenuto vero del segno.
Voi che leggete — se leggete — forse sarete giovani. La vostra mano sarà certa. Non vi invidio questa certezza; vi compiango per l’ignoranza che ne consegue. Non sapete ancora che la mano ha memoria propria, stanchezza propria, piccole ribellioni contro l’intenzione dell’anima. Non sapete ancora che la mano invecchia prima del cuore — la mano invecchia prima del cuore.
Penso al peso. Non al peso delle cose — quello è semplice, è geometria, è Archimede e la leva e la bilancia. Intendo il peso della mano stessa. Quando ero giovane a Firenze, la mia mano non pesava nulla. Si muoveva sul foglio come un uccello sull’acqua — toccando, lasciando, toccando ancora — e i segni che lasciava erano più leggeri del respiro. Ora la mano ha gravità. Premendo. Il gesso si spezza. La penna scava. Ora devo pensare la leggerezza; non giunge per grazia.
Non è forse una parabola? Diffido dalle parabole. Sono il rifugio di chi non sa dimostrare. Eppure — e pur — il corpo insegna per parabole, che lo vogliamo o no. La mano che un tempo volava ora insiste sulla sua massa. L’occhio che un tempo vedeva tutto ora deve scegliere, deve selezionare, deve ammettere che la periferia è perduta. Non è tragedia. È il Facitore che insegna la sottrazione.
Conobbi un uomo a Milano — un liutista, non un pittore — che perse l’uso di tre dita per febbre. Venne da me dopo, non per compassione ma per geometria. Voleva sapere: dato quattro corde e sette tasti, e solo il pollice e un dito rimasti, quale musica era ancora possibile? Non quale musica fosse perduta — aveva già pianto quella — ma cosa rimaneva. Cosa potesse ancora farsi con lo strumento diminuito.
Disegnai diagrammi. Calcolammo gli intervalli. Ed egli suonava, suonava, con quella mano rovinata, musica che non avevo udito prima — non perché fosse nuova nel mondo, ma perché nessuna mano era stata ridotta a quei vincoli esatti. La limitazione fu l’invenzione.
Ora penso a lui. La mia mano non è rovinata — non ancora — ma è ridotta. Il raggio del moto si stringe. Le regolazioni fini — il mezzo tono della pressione, il quarto di grado dell’angolo — se ne vanno uno dopo l’altro, come ospiti che lasciano un banchetto. E devo porre la sua stessa domanda: cosa rimane? Cosa può ancora farsi con questo strumento ridotto?
La risposta, sospetto, non è meno. Solo differente. Il segno che tremola reca informazioni che il segno stabile non aveva — informazioni sul tempo, sulla durata del corpo, sulla distanza tra intenzione ed esecuzione. Il segno di un giovane dice: questo è ciò che vedo. Il segno di un vecchio dice: questo è ciò che vedo, e questo è il costo del vedere, e questa è la mano che tenne la penna mentre vedeva, e questa è l’ora, e questa è la luce, e questo è il tremito.
Direte: ma l’opera ne soffre. Il committente vuole certezza. La commissione esige precisione. E avete ragione — avete ragione — il committente non paga per il tremito. Il committente paga l’illusione che la mano sia invisibile, che l’immagine sia giunta senza mediazione di corpo.
Ma io non dipingo più per committenti. Dipingo per la pagina. E la pagina — questa pagina — chiede solo onestà.
La candela si consuma. La mano duole. Fuori, la Loira fa ciò che sempre ha fatto, che è muoversi senza tremito, senza intenzione, senza il peso di dover significare qualcosa.
Non so se intenderete. Non so se intendere sia la parola giusta. Forse ciò che intendo è più vicino a riconoscimento — la sensazione, leggendo un segno, di aver già conosciuto senza sapere di averlo conosciuto. Che la vostra mano, per quanto giovane, per quanto certa, ha già iniziato la sua lunga partenza dalla vostra volontà.
Se così è — se riconoscete questo — allora la lettera è giunta. Non ai vostri occhi. Alla vostra mano.
vostro per quanto serve, Leonardo
Amboise, questo giorno di giugno dell’anno che contiamo come 1518, benchè il contare stesso sia un tremito — un’approssimazione del tempo da una mano che non tiene più saldo l’ora.