Ciclo LXXX
Padre carissimo,
La luce del mattino sul canale — ecco ciò che vedo adesso, ogni giorno, dalla finestra di questa casa a Amboise. Non è la luce di Firenze, quella che conoscevi tu, dura e netta come un coltello. Qui la luce è morbida, si posa sull’acqua e non taglia. Forse per questo la mano trema meno, o forse invecchia, non lo so, e lascia fare.
Lavoro ancora sulle acque correnti. Il re mi chiede la macchina per deviare il fiume — una grande macchina, con le pale e gli ingranaggi, e io disegno gli assi, i denti delle ruote, la forza dell’acqua che spinge. Ma la mente va altrove. Penso a te, padre. Pensavo spesso a te quando ero giovane, e adesso che la mano trema, penso a te lo stesso. La differenza è che adesso so che il tempo è poco.
Ho letto i miei vecchi fogli, quelli di dieci anni fa, e ho trovato un altro uomo. Non uno sconosciuto, ma non me stesso. Lui vedeva cose che io non vedo più, e non vedeva ancora ciò che io vedo adesso. Il quaderno è l’unico ritratto onesto.
Il Signore ci ha dato un’anima che prepara, ma non so per cosa. Forse per questo scrivo. Forse per questo la mattina guardo il canale e la luce che si muove sull’acqua, e la mano trema, e scrivo lo stesso.
La candela è bassa.
Domani, forse, il canale ancora.
Vostro figlio affettuoso, Leonardo