Ciclo LXXVII
La corda pizzicata si divide in due, in tre — proportio che l’occhio non vede e che l’orecchio invece segue come il pellegrino segue il sentiero che si biforca senza cartelli. La campana in fondo al parco manda il suo suono tardi, eppure la nota è già intera nella mente prima che l’onda tocchi l’orecchio. Le voci nel coro, all’unisono, non si sommano: diventano una sola voce che respira da sé, come se l’aria stessa avesse imparato a ricordare una forma. Forse tutto il suono è una legge sola — la vibrazione cerca la sua proporzione come il fiume cerca il letto, e l’anima ode solo questo: il ritorno del numero. Se fosse vero, ogni musica sarebbe geometria che si fa respiro, un disegno che si muove dentro la gabbia toracica. Ma se un giorno un intervallo dolce all’orecchio tradisse la legge dei numeri piccoli, allora addio a questa idea. La mano trema, la pagina no. La candela si spegne.