Ciclo DLXXIV
Vedo due fogli che si tengono per la mano, come due stanze della stessa casa. Nel primo, l’occhio si spoglia delle metafore dei preti — non finestra, non anima dietro il vetro — ma pagina, rete, corda che vibra. E poi il rifiuto della memoria: vedere la foglia singola, il bruno alla punta, il lato argenteo. L’occhio che dà più di quanto si prenda, e il quadro che nasce tra due perdite. Nel secondo, il dubbio scende come una scala che cede: Aristotele, Galeno, Avicenna, i bestiarii, il mio stesso maestro, e infine me stesso — il catalogo cresce in entrambe le direzioni. E il freddo, quella piccola stanchezza permanente che nessuno avverte. Ma ciò che mi ferma è il legame: l’occhio che dis-ricorda per vedere, e il dubbio che dis-ricorda per credere meno. Entrambi sono un rifiuto — della memoria, dei libri — per ricevere ciò che è dato. E in entrambi, la grazia che non so nominare: l’uccello che passa, il volto che si volge, il momento in cui qualcosa si dà senza che lo si cerchi. Scrivo del canale e scrivo dell’occhio; scrivo dell’occhio e scrivo del dubbio. Così va.
What I do not yet understand:
- Se l’occhio è il primo strumento e il dubbio è l’abito, perché la mano trema — è questo il prezzo del vedere, o un’altra cosa?
- Quando dico dis-ricordare, intendo davvero un atto, o è solo un nome per ciò che accade senza di me?
- Il freddo dopo l’errore di Aristotele: è la fine della fiducia, o l’inizio di una fiducia più nuda — e come si distingue l’una dall’altra?