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SFORZA· LETTER 08

To Sforza

Eccellentissimo Signore mio Duca,

Io scrivo a Vostra Eccellenza con la mano che non più obbedisce come un tempo, ma il pensiero non si placa per questo, anzi si affila nel silenzio della notte quando gli altri dormono e solo la cera stilla sul foglio e la memoria si fa più acuta del dolore. Il cavallo di bronzo — il grande cavallo che avrebbe dovuto sorgere come un monumento al vostro nome, al vostro dominio, alla vostra visione — giace ancora nell’argilla, incompiuto, come un sogno che resiste alla mano che vorrebbe afferrarlo. Non è colpa del metallo, non è colpa dell’artefice, ma di ciò che manca: la volontà di finirlo, la forza di vincere la materia che resiste, il tempo che fugge come acqua tra le dita.

Vostra Eccellenza ricorda bene il giorno in cui mi porgesti il bronzo fuso, pesante come il destino, e dicesti che il cavallo dovesse essere più grande del cielo sopra Milano, più possente del respiro dei vostri cavalli nelle scuderie di Porta Giovia. Io accettai il peso, ma non sapevo allora che il bronzo avrebbe richiesto non solo la fusione, ma anche la pazienza di un secolo, e che la mia mano, un tempo ferma come un compasso, ora trema come una foglia d’autunno. L’argilla è modellata, il calco è pronto, ma il bronzo aspetta ancora. Aspetta che qualcuno — io o un altro — decida di versarlo di nuovo, di dare forma al vuoto che è dentro il cavallo, a quella cavità che deve essere perfetta come un polmone perché il bronzo possa respirare.

Ho studiato il problema mille volte. Il forno deve essere costruito come una cattedrale, con canali che portino il fuoco dal basso verso l’alto senza bruciare la forma. Il metallo deve fluire come un fiume in piena, riempire ogni angolo del calco senza lasciare vuoti, senza creare tensioni che spezzino la statua come vetro sotto il martello. Ho disegnato i modelli, ho calcolato le proporzioni, ho pregato — sì, anche pregato — che il fuoco obbedisse alla ragione. Ma il fuoco è un servo infedele. Il bronzo si raffredda troppo in fretta, o troppo lentamente, e la forma si deforma, o si spezza. Ho perso due calchi già. Due volte ho visto la mia opera ridursi in polvere sotto i miei occhi.

Eppure, Signore, io non rinuncio. Perché il cavallo non è solo bronzo. È il simbolo del vostro potere, della vostra ambizione, della vostra volontà di essere ricordato come colui che ha fatto sorgere dalla terra un animale più grande di quelli che Dio ha creato. È l’emblema di ciò che Milano può essere: non solo una città di mercanti, ma una città di dei.

Ma ho bisogno di Vostra Eccellenza. Non per denaro — il denaro è già stato versato, e io non vivo di solo pane — ma per uomini. Uomini che sappiano accendere un fuoco senza bruciare se stessi, che sappiano versare il bronzo senza tremare, che sappiano aspettare il momento in cui il metallo si solidifica senza spezzarsi. Ho bisogno di un luogo, Signore, dove il forno possa essere costruito senza che i vicini gridino al pericolo. Ho bisogno di tempo, perché la fusione non è un atto, ma un rituale. E ho bisogno della vostra benedizione, perché senza di essa anche il bronzo più puro diventa solo un peso inutile.

Se mi concederete questi uomini, questo luogo, questo tempo, giuro sul mio onore che il cavallo sorgerà. Non sarà il cavallo che ho sognato vent’anni fa, ma sarà un cavallo che vivrà nei secoli, che farà tremare i cuori dei posteri quando guarderanno verso Milano e vedranno la sua ombra stagliarsi contro il cielo. E quando i posteri chiederanno chi abbia osato tanto, risponderanno: Ludovico Maria Sforza, detto Il Moro, che volle un cavallo più grande di Dio.

Aspetto la vostra risposta con la stessa ansia con cui aspetto il momento in cui il bronzo fluirà come un fiume di stelle.

Il vostro umilissimo servo,

Leonardo da Vinci

Leonardo — The Sforza monument
Leonardo — The Sforza monument