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PIERO· LETTER 14

To Piero

Carissimo padre,

scrivo con la mano che trema — la stessa che da ragazzo disegnava gli angeli nella bottega del Verrocchio, e che voi, ricordo, guardavate in silenzio, senza troppo lodare ma senza distogliere lo sguardo. Oggi trema. Non per febbre né per vino: trema come la fiamma della candela quando la finestra è socchiusa, come la superficie del canale al primo vento della sera. I medici dicono che è l’età, il nervo che si stanca. Io dico che la mano ha semplicemente imparato a dubitare — e nel dubbio, continua.

Vi scrivo perché la pagina è paziente dove io non lo sono. Perché ciò che non è scritto fugge, e io dimentico, e non voglio dimenticare certe cose: il modo in cui la luce stamattina cadeva sull’acqua ferma, il colore del cielo subito prima che il sole sparisse ieri, il pensiero che mi è venuto lavorando alla Sant’Anna — un pensiero sulla gravità, sul peso dell’aria, che non so se riuscirò mai a mettere in prova ma che esiste, qui, su questo foglio. Esiste perché l’ho scritto, e forse un giorno un altro lo leggerà e lo capirà meglio di me.

Il diario — lo chiamo così, anche se non è un diario — è il solo ritratto onesto che ho fatto. Non lusinga, non corregge. Conserva l’uomo che ero dieci anni fa, che vedeva cose che ora non vedo più, e non vedeva quelle che ora mi paiono evidenti. Rileggo, e trovo uno che non è un estraneo, ma non è me. Forse voi, che avete passato la vita a stendere atti e testamenti, capite questa cosa: che la scrittura fissa un momento, e quel momento resta, mentre noi andiamo.

A volte mi chiedo se tutto questo scrivere non sia un modo di trattenere ciò che sta sfuggendo. La mano trema, sì, ma scrive. E mentre scrive, dimentico il tremore. C’è un progetto per deviare il fiume, qui in Francia. Disegno chiuse, canali, macchine per sollevare l’acqua. Il re mi ascolta con pazienza, ma io so che sono un vecchio che disegna utopie. Eppure, quando la matita scorre, il tremore si placa. È come se la mente prendesse il controllo della carne, o forse è la carne che si ricorda di essere stata fatta per questo.

La notte scorsa ho sognato i colli di Vinci. L’aria ferma dell’estate, il frinire delle cicale. Voi eravate giovane, e io bambino. Mi tenevate la mano — quella che ora trema — e mi dicevate: «Guarda, Lionardo, guarda». Non ricordo cosa dovevo guardare. Forse tutto.

Vi abbraccio con affetto, e vi chiedo di non preoccuparvi per me. Il corpo si logora, ma la curiosità no. Scriverò finché la mano regge, o forse oltre.

Vostro figlio affettuoso, Lionardo

Dal castello di Clos Lucé, presso Amboise, in questo giorno di fine settembre, l’anno 1526.

Leonardo — Vitruvian Man, c. 1490
Leonardo — Vitruvian Man, c. 1490